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La danza ai tempi del Covid: una riflessione

Le circostanze attuali sono un limite, non ci permettono di rotolare avanti portati dalla corrente, questo limite ci chiede di scegliere, insistere e resistere.

Il 2020. L'anno dell'incertezza e dell'instabilità, un equilibrio precario, come imparare a stare sulle punte così belle e ostiche, per rafforzare radici forti e primordiali. Valori come passi di una danza che ora assumono il senso di una coreografia. Tornando al senso del percorso più che del risultato perché oggi la meta appare fumosa e in continuo cambiamento. Non esiste una data certa e neanche le scadenze da rispettare a costo di notti insonni per preparare costumi, rafforzare le intenzioni e perfezionare quel passo che non rende giustizia all'idea.


Ma esiste un altro lato della medaglia, il lato della cura di sé, recuperare una gioia più profonda, ascoltare il proprio corpo in silenzio e collegarlo ad un sentire diverso, profondo. Un recupero di un'unità interiore fatta di frammenti che spesso non si uniscono alla perfezione come i pezzi di un puzzle. È raccogliere quei pezzi e imparare a ricoprirsene per ascoltarli e trasformarli da neri e aguzzi in altre forme e colori.


Non possiamo negare che non sia idilliaco allenarsi dietro uno schermo. Il mondo si riduce ad una stanza rovesciata che diventa ufficio, casa, sala danza, luogo di conforto e di sconforto, a volte anche terreno instabile.


Usiamo l'immaginazione come binocolo sul mondo e finiamo inconsapevoli ad alimentare sogni e desideri, forse anche cose che, nella quotidianità, non avremmo neanche osato pensare. Ed è qui che per magia la stanza rovesciata diventa posto sicuro. Diventa il posto dove siamo interamente, diventa lo specchio nero e bianco, racchiude tutti i nostri volti.

Lo stesso specchio in cui milioni di volte in sala abbiamo cercato una perfezione ossessiva e millimetrica. Una perfezione che in realtà non esiste. Ed è questa l'opportunità: far rompere lo specchio e trovare chi siamo.


Io credo che la danza sia in stretta connessione con la vita, che nei passi ci sia una scia che racconta i tratti del Danzatore.


Credo che il percorso personale di ognuno di noi implichi delle stazioni ferme, senza treni. Ed è in quel silenzio che cerchiamo di colmare che riusciamo a riconoscerci.

Senza troppa fatica ci rendiamo conto di quanto sia difficile il "non contatto". È difficile non sentire l'altro, non poterlo toccare, abbracciare, sfiorare. Ma è anche difficile non poter avere un contatto visivo vero che a volte racconta più delle parole.


Dallo schermo del PC vedo occhi dai pixel sgranati, movimenti deformati pieni di fermi immagini dati dalla connessione spesso troppo poco potente, quadrati interrotti, dei brevi cortometraggi.


Ed è lì che mi rendo conto di una cosa: anche i più svogliati che a lezione sembrano abbiano a volte la testa sulle nuvole sono lì, contriti nel non riuscire a seguire bene, che lanciano di qua e di là oggetti per farsi spazio. Ed è in quel piccolo istante che l'amore per la danza brilla in loro.


Le circostanze attuali sono un limite, non ci permettono di rotolare avanti portati dalla corrente, questo limite ci chiede di scegliere, insistere e resistere. Ci chiede di essere resilienti e vivi e ci chiede di fare esperienza, la stessa che potremo di nuovo portare in sala e far diventare passi stabili e consapevoli, finalmente sulle punte senza inciampi.


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Lezione di danza

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