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  • Elisa Calabretta

Oltre ad insegnare danza che lavoro fai?

La risposta è: "Nessuno, insegno danza."


Quando si entra in relazione con una persona nuova, una delle domande più comuni per conoscersi meglio e rompere il ghiaccio è: "Che lavoro fai?"

La mia risposta è: "Insegno danza."

L'interlocutore accenna spesso un mezzo sorriso e aggiunge:

"Sì ma oltre ad insegnare danza cosa fai? Cioè, qual è il tuo lavoro vero?"

I miei occhi sorridono con rassegnazione e, per l'ennesima volta, rispondo semplicemente: "Nessuno, insegno danza. A volte faccio anche la danzatrice".

Noto lo sconcerto e subito il discorso vira su altri argomenti.


Questa scenetta si ripete spesso. Molti dei miei colleghi raccontano la medesima situazione; non solo insegnanti e danzatori ma anche attori, acrobati, scenografi ecc.

Fa sorridere ad un primo sguardo ma per noi è una ferita.


L'arte è spesso considerata un "non lavoro", un hobby e la motivazione è "beh, ma fai qualcosa che ti piace" e a volte ho sentito aggiungere con rammarico: "dovresti pagare tu per poterlo fare".

Io credo che chiunque dovrebbe fare un "lavoro che gli piace".


Partendo dal presupposto molto concreto che, noi tutti, per vivere, abbiamo bisogno di una fonte di reddito, mi chiedo perchè non si riesca a concepire il lavoro come qualcosa di piacevole. La risposta, forse, è che troppo spesso non è così.

Il lavoro è associato a qualcosa di faticoso e fastidioso; un obbligo.

Io non credo sia questo. O meglio, in alcuni periodi della vita, può succedere per necessità di doversi adattare a mansioni che non corrispondono al nostro percorso di studi, alle nostre aspettative e alle nostre attitudini ma questa situazione resta una risorsa, in quanto imparare cose nuove ci aiuta ad essere versatili e può tornarci utile sotto altre forme (io, ad esempio ho lavorato quasi tre anni in ufficio e ho imparato a gestire la parte organizzativa: utile ora che ho aperto Asimmetria!)


Non posso negare che sia difficile riuscire a lavorare nell'ambito "prescelto" e che a volte le necessità soffochino i sogni.

Per questo sono grata del fatto che ciò che amo sia il mio lavoro: è un'enorme fortuna.


A volte serve anche tanto coraggio.

Non è facile scegliere la strada in salita; conosco bene cosa significhi abbandonare la stabilità (condizioni economiche migliori, ferie pagate, malattie retribuite) per l'instabilità.


La verità è che un lavoro considerato "normale" aveva un sacco di vantaggi ma escludeva qualcosa di molto più importante: la mia felicità.

Rischiare l'instabilità per trasformare un sogno in qualcosa di concreto e reale credo sia un atto di coraggio. La cosa molto bella è che questo atto di coraggio lo fanno in tanti.

Ho incontrato molti ragazzi/e giovani che, al contrario di quello che si dice, inseguono con determinazione un sogno (diciamolo ogni tanto che esiste anche quella parte di mondo che lotta per realizzare un progetto!)


"Fare un lavoro che piace" non esclude situazioni difficili e giornate no. Non è tutto rose e fiori ma oggi, quando torno a casa la sera sono soddisfatta, felice, piena, viva nonostante l'instabilità, la fatica e la maggiore responsabilità.

Potrei aprire un capitolo immenso su tutte le cose che ogni giorno mi restituisce stare in sala danza con gli allievi (ma questo ve lo racconterò un'altra volta!).


Non riesco ancora a capire come mai l'arte non riesca ad essere considerata come un vero lavoro. Posso pensare ad un discorso un po' romantico. L'arte vera non si impara di certo sui libri ma neanche semplicemente applicando una tecnica (come succede per molti altri lavori). L'arte è un contenitore al cui interno troviamo: tecnica, talento, creatività, intuizione e molto altro che non appartiene ad alcun manuale ma piuttosto alle doti personali dell'artista.

Forse in questo senso, definirla "lavoro" stride anche nella mia testa, mi appare restrittivo e limitante. Ma l'atto dell'insegnare è un lavoro, partecipare ad una produzione come danzatore è un lavoro, essere parte di uno spettacolo teatrale è lavoro.



Secondo me non bisogna confondere l'arte in sè con l'atto del renderla fruibile, perchè vi assicuro che dietro la preparazione di una lezione di danza ci sono ore di studio teorico, ore in sala danza e anni di lavoro sul proprio corpo per acquisire tecnica, consapevolezza e competenze. Senza tutto questo sarebbe impossibile fare il mio (e lo dico con orgoglio) lavoro!

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